XXIIª Edizione - 2010
Concorso fotografico
Torneo in vetrina
Concorso letterario
Cenni di storia

Arduino tra mito e realtà storica

"Grandi ed eroiche azioni intrecciano nobile corona alla fronte di Arduino; grandi ed eroici esempi ha egli lasciato di moderazione, allorché si vide favorito dalla fortuna, di fortezza, allorché fu fatto bersaglio dell'avversità.
Figlio secondogenito di Dodone, Marchese di Ivrea, la sua infanzia fu presaga delle più lusinghiere speranze, come presaga di lieto giorno spunto ridente in ciel  l'aurora, e fin dai suoi primi anni, egli seppe cattivarsi l'animo dei popoli.  Egli prese possesso del Marchesato d'Ivrea e del Contado del Canavese.  Ambì di avere dal suo popolo più il nome di Padre che quello di Re, e nel suo Marchesato d'Ivrea era più amato che temuto, poiché l'indole suo ero quello di beneficar tutti.
Ma Arduino non era felice, lo tormentava il pensiero che l'Itala terra sua fosse sfuggita dal suo dominio dopo di esser stata retaggio degli avi suoi. Tale pensiero fu fecondo in lui di eroici sensi, gli fu sprone a gloriose imprese. L'Imperatore Ottone III era ancora in vita allorché Arduino entrò in trattato coi Principi Italiani per trovar modo di liberare l'Italia dal giogo degli  Alemanni..."


Così inizia la Biografia di Arduino nel volumetto "Genealogia dei Conti di Valperga e Valpergato", scritto dalla contessa di Villanova e stampato nel 1911 dalla tipografia Bernardino Vassallo di Cuorgnè.
E così anche si pensava, sia a livello popolare ma anche dagli storici specie qui in Canavese, ove la figura di Arduino, concordemente indicato dai Signori di Valperga come progenitore del loro casato, ha sempre goduto notevole favore e simpatia, attribuendogli aspirazioni per una unificazione dell'Italia contrastata con violenza ed inganno dagli imperatori tedeschi e dal papa. Tesi cara alla storiografia risorgimentale, impregnata di anticlericalismo e ideologicamente antiaustriaca.
I conti di Valperga, divenuti signori incontrastati del Canavese, non si fecero scrupolo di inventare fratelli e figli di Arduino del tutto fantastici, di alterare e falsificare documenti per dimostrare la loro legittima e diretta discendenza arduinica, a conferma della legittimità dei loro diritti sul Canadese giunsero ad attribuirgli la costruzione di numerosi castelli, la concessione di esenzioni e Benefici, la fondazione di chiese e conventi rivendicati di loro proprietà o patronato a conferma del loro tradizionale potere dinastico.

Questi documenti vennero poi ripresi acriticamente da tutta una vasta schiera di scrittori ognuno dei quali vi ha poi aggiunto particolari romanzati secondo l'ispirazione o l'interesse.  Indubbiamente ha influito la difficoltà di consultare direttamente i documenti originali, dispersi in archivi poco agibili, redatti in latino medioevale di difficile lettura e di più difficile interpretazione e confronto con gli altri documenti sicuramente attendibili, per cui molti autori hanno dovuto accontentarsi di quanto già pubblicato in precedenza da scrittori che, fuorviati da preconcetti storiografici o ideologici, hanno ostacolato la corretta visione di questo periodo storico e di questo personaggio in particolare.
Solo recentemente quest'epoca ha nuovamente richiamato l'attenzione di studiosi competenti che grazie ad una serie di ricerche originali ed alla rilettura dei documenti libera da pregiudizi, hanno consentito di vedere la figura di Arduino in una luce diversa, meno mitica ma più umana e comprensibile, giungendo a conclusioni spesso totalmente divergenti da quelle tramandateci dalla storiografia tradizionale.

La situazione politica all'arrivo di Arduino in Canavese viene oggi interpretata nel modo seguente.
"Dopo le ultime attestazioni risalenti al 987/989, il marchese di Ivrea Corrado Canone esce dalla scena e l'imperatore affida la marca ad Arduino. L'interruzione della continuità dinastica anscarica, mediante l'immissione di un uomo nuovo, estraneo al territorio e appartenente a una famiglia che aveva abbracciato la carriera dei funzionari pubblici forse solo con il padre Dadone, conte di Milano e collaboratore di Ottone I, nelle intenzioni della corte imperiale avrebbe dovuto condurre a un rafforzamento del controllo sul territorio ai confini nord occidentali del regno italico. In realtà l'esito conseguito risultò assai differente da quello auspicato, in quanto la volontà subito manifestata da Arduino di restituire l'autorità marchionale al sua tradizionale ruolo, infirmato dalla debolezza politica degli ultimi anscarici, venne a conflitto con la intraprendenza del ceto vescovile che nei decenni precedenti aveva prontamente surrogato la ridotta capacità d'intervento degli ufficiali regi e sul finire del secolo era altresì impegnato a sanare i guasti prodotti al patrimonio ecclesiastico dalla politica di larghe concessioni beneficiarie praticata nel recente passato. Si determinò pertanto una naturale convergenza di interessi tra il nuovo marchese, deciso a ridimensionare la potenza dei vescovi, e i "milites" vescovili preoccupati di perdere il libero godimento dei loro benefici." ¹


Un'analisi più approfondita di questo periodo e della figura di Arduino in particolare è stata condotta dal prof. Giuseppe Sergi, docente di storia medioevale all'Università di Torino, in numerose pubblicazioni e conferenze. Ne ha parlato anche a Cuorgnè nel dicembre 1997 puntualizzando i risultati delle più recenti ricerche ed orientamenti storiografici e chiarendo episodi basati su tradizioni e documenti oggi ritenuti storicamente non più attendibili.
Vediamo dunque brevemente i punti principali dove gli studi recenti divergono dalla tradizione.
Intanto l'origine del mito di Arduino sarebbe da ricercare nella stessa Ivrea: non sarebbe stata la figura di re Arduino a dare lustro alla città di Ivrea e al Canavese ma dai documenti risulterebbe esattamente il contrario. Ivrea avrebbe esaltato, oltre i termini reali, il personaggio di Arduino strumentalizzandolo nel tentativo di riaffermare con la sua memoria il potere cittadino ormai in piena decadenza. Infatti Ivrea, già centro amministrativo e militare di un vastissimo ducato longobardo esteso su gran parte del Piemonte, divenuta in epoca carolingia una marca organizzata in più distretti comitali, con l'XI secolo e la fine di Arduino perde progressivamente il proprio prestigio a favore di Torino.
Di qui il tentativo di mitizzare Arduino visto come Re forte e famoso, idoneo a rappresentare un passato di grandezza e potere. A loro volta i Conti del Canavese, poi divisi in Valperga e San Martino, con l'affermare la loro discendenza diretta da Arduino tendono a legittimare il loro potere: Arduino diviene l'antenato legittimante per tutti i poteri, anche quelli usurpati.
"I genealogisti si sbizzarirono nel collegare poi con Arduino un gran numero di famiglie signorili dell'Eporediese, del Canavese e di altre regioni, attribuendo a tutte origini anscariche. Una presentazione veramente sistematica di tutte le questioni e di tutti i documenti relativi alla storia di Arduino si risolverebbe invece in un lungo elenco di dubbi e di incertezze.
L'esperienza di Arduino, quando siano considerate attentamente le indagini condotte in passato, può essere interpretata in un moda del tutto diverso da quello solito; può essere l'ascesa di un funzionario di distretto comitale divenuto titolare di marca e poi re: in tale ascesa sarebbero elementi concorrenti l'appoggio iniziale del potere regio, il vuoto politico locale determinato dalla fragilità anscarica, l'appoggio di forze sociali - i famosi secundi milites - fino ad allora non direttamente coinvolte nelle maggiori responsabilità politiche." ²

Quindi più che la storia sarebbe stata la storiografia ad esaltare, in modo benevolo ma fuorviante, la figura di Arduino. Contrariamente a quanto si riteneva in passato, in epoca arduinica non c'era ancora una tradizione dinastica, il figlio primogenito non "doveva" obbligatoriamente succedere al padre negli incarichi e nei titoli di possesso delle terre, ma i poteri venivano concessi dal re alle persone ritenute più idonee e competenti, che potevano anche essere i figli dei signori in carica, ma non necessariamente.Tanto è vero che Arduino non era discendente dagli antichi marchesi di Ivrea, gli anscarici, e neanche membro cadetto dell'alta aristocrazia torinese, ma probabilmente discendeva da un ramo dei conti di Pombia, nel Novarese, territorio a quell'epoca appartenente alla Marca Eporediese, oppure da una famiglia di piccola nobiltà, conti di provenienza lombarda, probabilmente milanese e quindi esterna alla marca. Quello che ha pesato sulla sua nomina è stata la volontà dei grandi del regno di promuoverlo alla funzione di marchese di Ivrea. Venne scelto quindi per le sue attitudini personali, la sua intraprendenza e capacità politica e militare, non per i titoli nobiliari o gli illustri natali.


Da marchese di Ivrea a Re, Arduino lo diviene ancor più per intraprendenza personale, in quanto riesce a costituirsi aree di consenso e di appoggio alla sua candidatura particolarmente agguerrite. Con la sua incoronazione regia a Pavia, Ivrea perde già la sua centralità a favore del personaggio Arduino; dopo la sua sconfitta la centralità passa a Torino, con forte peso anche di Vercelli e Novara.
Arduino non era poi ideologicamente antitedesco e da interpretarsi come campione dell'italianità contro i presunti usurpatori, gli imperatori di origine tedesca. In quell'epoca infatti la corona di imperatore non era affatto appannaggio esclusivo dei re di Germania, anzi era la corona d'Italia che dava diritto al titolo di imperatore e nessun re tedesco poteva definirsi imperatore se non era stato prima incoronato Re d'Italia. Erano i signori italiani che eleggevano il "loro" re e quindi loro rappresentante, ed il papa, come vescovo di Roma la cui autorità era riconosciuta in campo religioso, compiva solo l'atto formale di incoronare il candidato propostogli, senza possibilità di interferire sulla nomina. Anzi in caso di interferenze c'era il rischio che venisse sconfessato ed in casi estremi fosse nominato un antipapa.
I marchesi di Ivrea dovevano dunque ubbidienza all'imperatore in quanto re d'Italia e loro superiore diretto. Non vi era poi nessuna contrapposizione di tipo nazionalistico, nessuna consapevolezza di una diversità tra italiani e tedeschi così come oggi la intendiamo, nessuna ideologia di razza.
I primi marchesi di Ivrea, gli anscarici, erano di origine borgognona, dei franchi di stirpe tedesca, e la loro famiglia fece poi ritorno in Borgogna, dove Arduino stesso trovò rifugio in un momento critico.

Anche i confini territoriali erano diversi dagli attuali ed il regno di Borgogna arrivava fino alla strettoia di Bard in Valle d'Aosta. Era diverso anche il concetto stesso di Italia, designandosi con questo termine all'incirca solo il nord della penisola.
L'imperatore poi non va visto in una luce sanguinaria, da oppressore dei popoli, quale spesso ci era presentato: la sua corte era anzi civilissima, almeno in rapporto coi tempi, aperta alle arti ed alle lettere, impegnata più nella diplomazia che nelle avventure di guerra.
Arduino non era inoltre ideologicamente anticlericale e antivescovile, contava anzi numerosi vescovi come amici e sostenitori, praticava una politica di sostegno verso le istituzioni religiose che gli erano favorevoli. Come marchese di Ivrea, responsabile dei buon funzionamento dei territorio affidatogli in delega, non poteva semplicemente tollerare che i vescovi detenessero poteri civili e si fece portavoce dei vassalli di questi vescovi turbati dalla eccessiva intraprendenza vescovile.
Arduino era il funzionario pubblico dei territorio marchionale e non tollerava eccezioni al suo potere, anche se queste eccezioni venivano dai vescovi. Si pose quindi a capo e difensore dei "secundi milites". Erano questi dei piccoli nobili, vassalli minori, che avevano ricevuto in feudo piccole terre direttamente dai vescovi i quali, avendo necessità di difendersi, concedevano questi benefici in cambio dell'aiuto armato.
Questi nobili vivevano in uno stato di perenne precarietà, dipendendo sempre dalle decisioni vescovili, con il rischio continuo della revoca di quanto ricevuto. Arduino, promettendo loro il perpetuo possesso dei feudi, si fece interprete del loro sentimento, la difesa della proprietà, individuando in loro una vasta base sociale alla quale proporsi come capo.
La sua sconfitta segnò anche la sconfitta di questi vassalli minori i cui beni ritornarono ai vescovi ed alla grande aristocrazia, come i Conti del Canavese che furono quindi tra i beneficiari della sconfitta arduinica.

Anche la scomunica va interpretata in chiave politica. Furono infatti i vescovi piemontesi, suoi diretti avversari, ad ottenere la scomunica e ad usarla sostanzialmente come un'arma per screditano. Il papa non possedeva poteri decisionali sul clero periferico, se non in campo teologico; sono dunque i vescovi locali che, animati da forti ambizioni temporali, non vogliono rinunciare alle terre affidate ai vassalli e usano in modo politico quella scomunica emessa dai vescovo di Roma, suprema autorità religiosa.
Nei suoi ultimi anni Arduino si ritirò nei convento di Fruttuaria nell'odierna San Benigno, fondato secondo la tradizione dai suo parente Roberto di Volpiano; non vi sono prove che abbia indossato l'abito religioso.
Qui io colse la morte nel dicembre 1015.



 Testo di Giovanni Bertotti



NOTE
¹ Alfredo Lucioni - Da Warmondo a Ogerio - in:- Storia della Diocesi di Ivrea - Dalle Origini al XV secolo - a cura di  G. Cracco, 1998, p. 125.

² Giuseppe Sergi - I Confini del Potere - Marche e Signorie tra due regni medievali, Torino, 1995, p. 195.