Arduino tra mito e realtà storica
"Grandi ed eroiche azioni intrecciano nobile corona alla fronte
di Arduino; grandi ed eroici esempi ha egli lasciato di moderazione,
allorché si vide favorito dalla fortuna, di fortezza,
allorché fu fatto bersaglio dell'avversità.
Figlio secondogenito di Dodone, Marchese di Ivrea, la sua infanzia
fu presaga delle più lusinghiere speranze,
come presaga di lieto giorno spunto ridente
in ciel l'aurora, e fin dai suoi primi anni,
egli seppe cattivarsi l'animo dei popoli.
Egli prese possesso del Marchesato d'Ivrea e del
Contado del Canavese. Ambì di avere dal suo popolo più
il nome di Padre che quello di Re, e nel suo Marchesato
d'Ivrea era più amato che temuto, poiché
l'indole suo ero quello di beneficar tutti.
Ma Arduino non era felice, lo tormentava il pensiero
che l'Itala terra sua fosse sfuggita dal suo dominio
dopo di esser stata retaggio degli avi suoi. Tale pensiero fu
fecondo in lui di eroici sensi, gli fu sprone a gloriose
imprese. L'Imperatore Ottone III era ancora in vita
allorché Arduino entrò in trattato coi Principi Italiani
per trovar modo di liberare l'Italia dal giogo degli Alemanni..."
Così inizia la Biografia di Arduino nel
volumetto "Genealogia dei Conti di Valperga e
Valpergato", scritto dalla contessa di Villanova e stampato
nel 1911 dalla tipografia Bernardino Vassallo di Cuorgnè.
E così anche si pensava, sia a livello popolare ma anche dagli
storici specie qui in Canavese, ove la figura di Arduino,
concordemente indicato dai Signori di Valperga
come progenitore del loro casato, ha sempre goduto notevole
favore e simpatia, attribuendogli aspirazioni per una unificazione
dell'Italia contrastata con violenza ed inganno dagli imperatori
tedeschi e dal papa. Tesi cara alla storiografia risorgimentale,
impregnata di anticlericalismo e ideologicamente antiaustriaca.
I conti di Valperga, divenuti signori incontrastati del Canavese,
non si fecero scrupolo di inventare fratelli e figli di Arduino del tutto
fantastici, di alterare e falsificare documenti per dimostrare la
loro legittima e diretta discendenza arduinica, a conferma della
legittimità dei loro diritti sul Canadese giunsero ad attribuirgli
la costruzione di numerosi castelli, la concessione di esenzioni e
Benefici, la fondazione di chiese e conventi
rivendicati di loro proprietà o patronato a conferma del
loro tradizionale potere dinastico.
Questi documenti vennero poi ripresi acriticamente da tutta
una vasta schiera di scrittori ognuno dei quali vi ha
poi aggiunto particolari romanzati secondo
l'ispirazione o l'interesse.
Indubbiamente ha influito la difficoltà
di consultare direttamente i documenti originali, dispersi in archivi
poco agibili, redatti in latino medioevale di difficile lettura
e di più difficile interpretazione e confronto con
gli altri documenti sicuramente attendibili, per cui molti autori
hanno dovuto accontentarsi di quanto già pubblicato
in precedenza da scrittori che, fuorviati da preconcetti
storiografici o ideologici, hanno ostacolato la corretta
visione di questo periodo storico
e di questo personaggio in particolare.
Solo recentemente quest'epoca ha nuovamente richiamato
l'attenzione di studiosi competenti che grazie ad
una serie di ricerche originali ed alla rilettura
dei documenti libera da pregiudizi, hanno consentito di
vedere la figura di Arduino in una luce diversa,
meno mitica ma più umana e comprensibile, giungendo a conclusioni
spesso totalmente divergenti da quelle tramandateci dalla
storiografia tradizionale.
La situazione politica all'arrivo di Arduino in Canavese
viene oggi interpretata nel modo seguente.
"Dopo le ultime attestazioni risalenti al 987/989,
il marchese di Ivrea Corrado Canone esce dalla scena e
l'imperatore affida la marca ad Arduino.
L'interruzione della continuità dinastica anscarica,
mediante l'immissione di un uomo nuovo, estraneo al
territorio e appartenente a una famiglia che aveva abbracciato
la carriera dei funzionari pubblici forse solo con il padre Dadone,
conte di Milano e collaboratore di Ottone I, nelle intenzioni della
corte imperiale avrebbe dovuto condurre a un rafforzamento del
controllo sul territorio ai confini nord occidentali del
regno italico. In realtà l'esito conseguito
risultò assai differente da quello auspicato,
in quanto la volontà subito manifestata da Arduino
di restituire l'autorità marchionale al sua tradizionale
ruolo, infirmato dalla debolezza politica degli ultimi anscarici,
venne a conflitto con la intraprendenza del ceto
vescovile che nei decenni precedenti aveva prontamente
surrogato la ridotta capacità d'intervento degli ufficiali
regi e sul finire del secolo era altresì impegnato a sanare
i guasti prodotti al patrimonio ecclesiastico dalla politica di
larghe concessioni beneficiarie praticata nel recente passato.
Si determinò pertanto una naturale convergenza
di interessi tra il nuovo marchese, deciso a ridimensionare la
potenza dei vescovi, e i "milites" vescovili preoccupati
di perdere il libero godimento dei loro benefici." ¹
Un'analisi più approfondita di questo periodo
e della figura di Arduino in particolare è stata condotta dal
prof. Giuseppe Sergi, docente di storia medioevale
all'Università di Torino, in numerose pubblicazioni e conferenze.
Ne ha parlato anche a Cuorgnè nel dicembre 1997
puntualizzando i risultati delle più recenti
ricerche ed orientamenti storiografici e chiarendo episodi basati su tradizioni
e documenti oggi ritenuti storicamente non più attendibili.
Vediamo dunque brevemente i punti principali dove gli studi recenti
divergono dalla tradizione.
Intanto l'origine del mito di Arduino sarebbe da ricercare nella stessa
Ivrea: non sarebbe stata la figura di re Arduino a dare lustro alla città
di Ivrea e al Canavese ma dai documenti risulterebbe esattamente il contrario.
Ivrea avrebbe esaltato, oltre i termini reali, il personaggio di Arduino
strumentalizzandolo nel tentativo di riaffermare con la sua memoria il potere
cittadino ormai in piena decadenza. Infatti Ivrea, già centro amministrativo
e militare di un vastissimo ducato longobardo esteso su gran parte del Piemonte,
divenuta in epoca carolingia una marca organizzata in più distretti comitali,
con l'XI secolo e la fine di Arduino perde progressivamente il proprio prestigio
a favore di Torino.
Di qui il tentativo di mitizzare Arduino visto come Re forte e famoso,
idoneo a rappresentare un passato di grandezza e potere.
A loro volta i Conti del Canavese, poi divisi in Valperga e
San Martino, con l'affermare la loro discendenza diretta da
Arduino tendono a legittimare il loro potere: Arduino diviene
l'antenato legittimante per tutti i poteri, anche quelli usurpati.
"I genealogisti si sbizzarirono nel collegare poi con Arduino un gran
numero di famiglie signorili dell'Eporediese, del Canavese e di altre regioni,
attribuendo a tutte origini anscariche. Una presentazione veramente sistematica
di tutte le questioni e di tutti i documenti relativi alla storia di Arduino
si risolverebbe invece in un lungo elenco di dubbi e di incertezze.
L'esperienza
di Arduino, quando siano considerate attentamente le indagini condotte in
passato, può essere interpretata in un moda del tutto diverso da quello
solito; può essere l'ascesa di un funzionario di distretto comitale divenuto
titolare di marca e poi re: in tale ascesa sarebbero elementi concorrenti
l'appoggio iniziale del potere regio, il vuoto politico locale determinato
dalla fragilità anscarica, l'appoggio di forze sociali - i famosi
secundi milites - fino ad allora non direttamente coinvolte
nelle maggiori responsabilità politiche." ²
Quindi più che la storia sarebbe stata la storiografia ad esaltare, in modo benevolo ma fuorviante, la figura di Arduino. Contrariamente a quanto si riteneva in passato, in epoca arduinica non c'era ancora una tradizione dinastica, il figlio primogenito non "doveva" obbligatoriamente succedere al padre negli incarichi e nei titoli di possesso delle terre, ma i poteri venivano concessi dal re alle persone ritenute più idonee e competenti, che potevano anche essere i figli dei signori in carica, ma non necessariamente.Tanto è vero che Arduino non era discendente dagli antichi marchesi di Ivrea, gli anscarici, e neanche membro cadetto dell'alta aristocrazia torinese, ma probabilmente discendeva da un ramo dei conti di Pombia, nel Novarese, territorio a quell'epoca appartenente alla Marca Eporediese, oppure da una famiglia di piccola nobiltà, conti di provenienza lombarda, probabilmente milanese e quindi esterna alla marca. Quello che ha pesato sulla sua nomina è stata la volontà dei grandi del regno di promuoverlo alla funzione di marchese di Ivrea. Venne scelto quindi per le sue attitudini personali, la sua intraprendenza e capacità politica e militare, non per i titoli nobiliari o gli illustri natali.
Da marchese di Ivrea a Re, Arduino lo diviene ancor più
per intraprendenza personale, in quanto riesce a costituirsi
aree di consenso e di appoggio alla sua candidatura particolarmente
agguerrite. Con la sua incoronazione regia a Pavia,
Ivrea perde già la sua centralità a favore del personaggio
Arduino; dopo la sua sconfitta la centralità passa a Torino,
con forte peso anche di Vercelli e Novara.
Arduino non era poi
ideologicamente antitedesco e da interpretarsi come campione
dell'italianità contro i presunti usurpatori, gli imperatori
di origine tedesca. In quell'epoca infatti la corona di imperatore
non era affatto appannaggio esclusivo dei re di Germania, anzi era
la corona d'Italia che dava diritto al titolo di imperatore e
nessun re tedesco poteva definirsi imperatore se non era
stato prima incoronato Re d'Italia. Erano i signori italiani
che eleggevano il "loro" re e quindi loro rappresentante,
ed il papa, come vescovo di Roma la cui autorità
era riconosciuta in campo religioso, compiva solo l'atto
formale di incoronare il candidato propostogli,
senza possibilità di interferire sulla nomina.
Anzi in caso di interferenze c'era il rischio che venisse
sconfessato ed in casi estremi fosse nominato un antipapa.
I marchesi di Ivrea dovevano dunque ubbidienza all'imperatore
in quanto re d'Italia e loro superiore diretto. Non vi era poi
nessuna contrapposizione di tipo nazionalistico,
nessuna consapevolezza di una diversità tra italiani
e tedeschi così come oggi la intendiamo, nessuna ideologia di razza.
I primi marchesi di Ivrea, gli anscarici, erano di origine
borgognona, dei franchi di stirpe tedesca, e la loro famiglia
fece poi ritorno in Borgogna, dove Arduino stesso trovò
rifugio in un momento critico.
Anche i confini territoriali erano diversi dagli
attuali ed il regno di Borgogna arrivava fino alla
strettoia di Bard in Valle d'Aosta. Era diverso anche
il concetto stesso di Italia, designandosi con questo termine
all'incirca solo il nord della penisola.
L'imperatore poi non va visto in una luce sanguinaria,
da oppressore dei popoli, quale spesso ci era presentato:
la sua corte era anzi civilissima, almeno in rapporto
coi tempi, aperta alle arti ed alle lettere, impegnata
più nella diplomazia che nelle avventure di guerra.
Arduino non era inoltre ideologicamente
anticlericale e antivescovile, contava anzi numerosi
vescovi come amici e sostenitori, praticava una politica
di sostegno verso le istituzioni religiose che gli
erano favorevoli. Come marchese di Ivrea,
responsabile dei buon funzionamento dei territorio affidatogli
in delega, non poteva semplicemente tollerare che i
vescovi detenessero poteri civili e si fece portavoce
dei vassalli di questi vescovi turbati dalla
eccessiva intraprendenza vescovile.
Arduino era il funzionario pubblico dei territorio marchionale
e non tollerava eccezioni al suo potere, anche
se queste eccezioni venivano dai vescovi.
Si pose quindi a capo e difensore
dei "secundi milites". Erano questi dei piccoli nobili,
vassalli minori, che avevano ricevuto in feudo piccole
terre direttamente dai vescovi i quali, avendo necessità di
difendersi, concedevano questi benefici in cambio dell'aiuto
armato.
Questi nobili vivevano in uno stato di perenne precarietà,
dipendendo sempre dalle decisioni vescovili, con il rischio
continuo della revoca di quanto ricevuto.
Arduino, promettendo loro il perpetuo possesso dei feudi,
si fece interprete del loro sentimento, la difesa della
proprietà, individuando in loro una vasta base sociale
alla quale proporsi come capo.
La sua sconfitta segnò anche la sconfitta di questi vassalli
minori i cui beni ritornarono ai vescovi ed alla grande aristocrazia,
come i Conti del Canavese che furono quindi tra i beneficiari
della sconfitta arduinica.
Anche la scomunica va interpretata in chiave politica.
Furono infatti i vescovi piemontesi, suoi diretti avversari,
ad ottenere la scomunica e ad usarla sostanzialmente come
un'arma per screditano. Il papa non possedeva poteri
decisionali sul clero periferico, se non in campo teologico;
sono dunque i vescovi locali che, animati da forti ambizioni
temporali, non vogliono rinunciare alle terre affidate ai
vassalli e usano in modo politico quella scomunica emessa dai
vescovo di Roma, suprema autorità religiosa.
Nei suoi ultimi anni Arduino si ritirò
nei convento di Fruttuaria nell'odierna San Benigno,
fondato secondo la tradizione dai suo parente Roberto di Volpiano;
non vi sono prove che abbia indossato l'abito religioso.
Qui io colse la morte nel dicembre 1015.
Testo di Giovanni Bertotti
NOTE
¹ Alfredo Lucioni - Da Warmondo a Ogerio - in:- Storia della Diocesi di Ivrea - Dalle Origini al XV secolo - a cura di G. Cracco, 1998, p. 125.
² Giuseppe Sergi - I Confini del Potere - Marche e Signorie tra due regni medievali, Torino, 1995, p. 195.